Risveglio

«È stato stranissimo. Ero nella casa in montagna. La sala da pranzo mutava di aspetto mano a mano che procedevo verso la porta che dava sul vano successivo. Anche l’arredamento si trasformava: dove prima c’erano due quadri, già visti da qualche parte, è apparso uno specchio. La sua superficie rifletteva la mia immagine da bambino con la tuta da ginnastica rossa e blu e il pallone sotto il braccio. In camera mia, l’armadio dalle ante scure, quello in cui credevo ci fosse un mostro, si rimpiccioliva più io mi avvicinavo. Alla fine sono riuscito persino a prenderlo in mano. Me lo sono messo in tasca, come fosse un souvenir. Nella stanza accanto, quella dei miei genitori, non c’era un bel niente. Era un enorme cubo bianco senza porte né finestre. Lì dentro ho avuto la certezza di essere in un sogno e mi sono tranquillizzato un po’. Ho pensato “Tanto tra poco mi sveglio”. Invece no. Mi sono sentito qualcosa addosso e, quando ho fatto per guardare in basso, mi sono accorto che c’era una moltitudine di vermi a ricoprire il pavimento e ho iniziato a urlare dal ribrezzo.»

Cora mi guarda inorridita poi si sdraia, prendendosi una fetta abbondante di copriletto. «Prova a rimetterti a dormire adesso che tra meno di due ore suonerà la sveglia.»

Cerco di riaddormentarmi ma l’immagine dei vermi non mi abbandona. Mi giro su un fianco e aspetto che il sonno mi riprenda con sé. Il respiro si calma quel tanto che basta per indurmi a sperare per il meglio. Al secondo sbadiglio sento di aver quasi abbandonato le spiagge della veglia.

La gola secca e la sete, tuttavia, mi spingono mio malgrado ad alzarmi e a raggiungere il lavandino del bagno. Bevo a luce spenta e a occhi chiusi, per non perdere quel flebile legame con il sonno, forse già  compromesso. Fuori, in lontananza, qualcuno sta ascoltando musica ad alto volume. Torno a letto ma sarà dura riprendere sonno.

Cora respira tranquilla. Mi avvicino per darle un bacio sulla fronte. È gelida. Il cuore inizia a battere furioso. Cerco la torcia nella tasca dei pantaloni del pigiama. Faccio luce. Nel cono luminoso che fa emergere il suo corpo dall’oscurità, è sotto forma di statua che lei mi appare. L’inquietudine mi blocca, stavolta non riesco a muovermi né a urlare. Nel frattempo la musica fuori si fa più vicina, sempre più forte e martellante. Qualcosa mi trascina via da lì.

«Spegni la sveglia?» brontola Cora con la voce di chi è ancora immerso in altri luoghi.

«Mmh? Sì…» borbotto allungando una mano sulla radiosveglia. Con un occhio chiuso e uno aperto guardo il bagliore che penetra dalle imposte. Che nottata, penso, lasciandomi andare a un sospiro profondo, liberatorio.

Osservo mia moglie mentre facciamo colazione. La trovo stanca, più taciturna e pallida che mai. L’ultimo ciclo di chemio l’ha sfinita. Fisso lo sguardo sul piccolo ciondolo di legno lucido che porta appeso al collo. È un minuscolo armadio dalle ante scure.

«Stai bene?» le chiedo, colto da uno strano presentimento.

Mi fa un cenno di assenso con la testa. I capelli le stanno ricrescendo rigogliosi davanti ai miei occhi, come i tralci della vite che abbiamo in fondo all’orto.

Piango senza riuscire a fermarmi.

Lei mi sussurra con una voce lontanissima che riecheggia ovunque: «Tesoro, devi lasciarmi andare…».

Apro gli occhi. Mi volto istintivamente verso il suo cuscino un attimo prima che la realtà mi si infranga addosso, come a ogni risveglio.

Lei non c’è più.

Sonia Barsanti

(racconto a tema “Sogno o son desto?” trasmesso da Radio ICC We, nella puntata del 16/10/2020)

La prima volta

Vinicio Vannucci “I cavalli dei bambini” 1999

Era una giornata di maggio del 1999. Erano gli ultimi giorni della terza media, l’esame a riempirci di timore e ansia. Ma quel giorno c’era spazio solo per la felicità. Ricordo ancora la sensazione di incredulità e gioia pura che mi animava mentre tenevo in braccio questo quadro seduta sul sedile dello scuolabus con i miei compagni a guardarmi. Io che ero una secchiona e una frana a educazione fisica. Io la cicciottella bruttina e timida con i suoi amori platonici e l’abbigliamento di chi vuol passare inosservato.

Stavamo rientrando a scuola dopo la cerimonia di premiazione del Concorso letterario dedicato a Nieri e Paolini della mia città. Per la prima volta avevo ricevuto un riconoscimento per un mio tema scritto a macchina. Era la storia di una donna viareggina, Maria, il cui vissuto si intrecciava profondamente a quello del mare, protagonista della vicenda. Ricordo i consigli che mi aveva dato la mia cara insegnante di lettere per migliorare quella storia. Una storia che doveva aver trasmesso qualcosa di buono alla giuria per indurla a decidere di affidarle il secondo premio. Quel quadro era lì ad aspettarmi, in bella mostra accanto al primo premio, un dipinto enorme, dalla cornice scura, ma di cui non ricordo il soggetto. Forse una marina, ma non ne ho la certezza. Fatto sta che quando mi diedero tra le mani questo dono dalla cromia chiara, luminosa, onirica, io tremavo. E il tremore durò a lungo. Per tutto il tragitto fino a scuola. E di nuovo da scuola a casa, dove lo mostrai a mia madre con un orgoglio spontaneo e allegro. Lei ne fu commossa e mi strinse forte. Ebbi la sensazione che la scrittura avrebbe fatto sempre parte di me e della mia storia.

Per un po’ di tempo fui presa dagli impegni di studio del liceo prima e dell’università poi, così la scrittura rimase in disparte, discreta, delicata, a guardarmi crescere, fare i primi passi nell’adolescenza e nella giovinezza.

L’ho riscoperta da grande, forse nel momento più difficile. Come una compagna di viaggio, mi ha teso la mano. La scrittura mi ha permesso di ritrovare una parte di me nel momento in cui ne avevo più bisogno. Mi ha lasciata libera di sfogare emozioni, creare legami, inventare personaggi, altre storie, altri mondi. Mi ha mostrato la strada.

Partecipare a concorsi letterari è stata una sfida, un mettersi in gioco e provare, anzi riprovare, a emozionare qualcuno che non fossero parenti o amici. Vincere ed essere pubblicata mi ha dato grandi soddisfazioni.

L’unica cosa che cambierei se potessi tornare indietro sarebbe quella di non pubblicare la mia prima silloge nel modo in cui è stata pubblicata. Cadere nel tranello dell’editoria a pagamento è stato qualcosa di cui mi vergogno molto perché dimostra quanta inesperienza, ingenuità e mancanza d’acume avessi. Purtroppo è un errore che continuerò a scontare e a portarmi dietro, con grande dispiacere, perché il contenuto di quelle pagine avrebbe meritato più attenzione e più cura da parte mia. Sono pezzi di vissuto, pezzi di me che avrei voluto conoscessero la luce ma tramite strade diverse, meno facili da raggiungere ma più importanti proprio perché sudate. Le uniche giuste.

Questa esperienza mi ha fatto riflettere, mi ha insegnato quanto sia complesso il mondo editoriale, quanto siano diffuse certe realtà spacciate come normali. Quanto poco informati siano gli aspiranti scrittori. Quanto ci sia da imparare. Sempre e con umiltà, senza fretta.

La paura del fallimento c’è sempre stata, ci sarà sempre. Eppure c’è qualcosa di più importante a spingermi. Quella voglia innata di scrivere e raccontare, a prescindere dall’esito. Che siano racconti per grandi o piccini, che siano pensieri ed emozioni che qualcuno definisce poesie, non importa. Scrivere e riscrivere. E leggere naturalmente, e su questo si apre un’altra dimensione fondamentale nella mia vita.

Arrivata fin qui mi accorgo di non essere per niente arrivata da qualche parte, forse nemmeno mi interessa così tanto perché qualsiasi cosa farò, ovunque andrò, lì vicino ci sarà sempre un quaderno su cui appuntare idee, un libro da portarmi dietro, una scrivania ad aspettarmi. È l’unica certezza che ho, ed è già una bella certezza.

Sonia Barsanti

Per difendere un albero

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È un tempo strano, un’estate in cui i punti fermi vacillano e le luci che porto con me sembrano affievolirsi.

È tempo di decisioni che sono come strappi. Non è semplice scegliere di allontanarsi, di cambiare strada e orizzonti. Ma qualcosa dentro spinge a ricercare un senso più profondo in questo peregrinare e scopro per l’ennesima volta la solitudine e il peso di sentire quella voce dentro comandare, senza permettermi di scendere a compromessi.

In mezzo al caos dei programmi elettorali che gridano alla sostenibilità ambientale per poi farsi portavoce di scempi paesaggistici in nome di un progresso necessario, faccio riferimento a quello che dentro non mi ha mai abbandonato, qualcosa di semplice, indelebile che mi guida: la certezza di stare dalla parte dei più indifesi e spesso i perdenti. A partire da chi non ha voce e non può fuggire dalle nostre azioni, come gli alberi di fronte a un progetto disposto a sacrificarli senza grossi sensi di colpa in nome della necessità di presunte migliorie urbane.

Per chi crede che ci siano altre priorità, altre lotte da fare, altre bandiere da impugnare, be’, forse è vero, ci sono migliaia, milioni di azioni da fare per migliorare questo mondo. E ognuno sa in nome di che cosa vivere e morire. Ci sono piccoli gesti quotidiani che fanno bene e che non sono meno importanti delle azioni eroiche più eclatanti.

Credo che finché non metteremo al primo posto il bene e il rispetto per chi è più fragile, non potremo progredire come civiltà. A partire da una pianta. Abusiamo già troppo delle risorse del pianeta. Se ogni comune, ogni quartiere provasse a tutelare in modo virtuoso ciò che di prezioso ha, in nome di un interesse ben più profondo e nobile di quello strettamente economico, si metterebbe in atto una piccola scintilla di rivoluzione morale, sociale, culturale.

Rallentare e riscoprire un livello più profondo e autentico del nostro vivere equivarrebbe a rivedere determinati interessi economici, ridimensionare vecchie e assodate comodità e a costruire un nuovo equilibrio con l’ambiente e con noi stessi.

Una rivoluzione anacronistica e probabilmente osteggiata dai più. In fondo chi si metterebbe a difendere gli alberi quando in ballo ci sono gli interessi di chi ha tra le mani il potere di scegliere e agire diversamente?

Spero di non essere sola.

Sonia Barsanti

Doni

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La vita di un lavoratore ambulante è costellata di incognite, di sacrifici e aspettative spesso deluse. Che sia un hobbista o un titolare di partita iva, non è mai semplice riuscire a sopravvivere.

Può accadere che nonostante la cura e l’impegno nell’allestimento dello stand, nonostante l’inventiva e la creatività impiegate per avere sempre qualcosa di nuovo e originale, nessuno si interessi a dare un’occhiata, procurandoti una bella fetta di scoramento e sfiducia.

Ci sono persone belle, ma belle davvero. Persone nei cui occhi ritrovi le stesse angosce. Siamo in corsa senza una mèta, trasciniamo il nostro sogno e il vissuto da una piazza all’altra, da un evento all’altro chiedendoci: “Ne varrà la pena?”. La risposta si paleserà a notte fonda quando, nel buio umido del silenzio generale, riporremo i prodotti e le aspettative sul furgone, ricominciando a pensare al giorno seguente.

Ci sono storie diverse, così simili. C’è chi legge i tarocchi e negli occhi ti scorge quella domanda che ti assilla. C’è chi in un gioiello creato da una conchiglia ha messo notti insonni. C’è chi si divide tra due lavori, sottraendo tempo ed energie alla propria famiglia. C’è chi all’uncinetto crea pupazzi e minuscole scarpine. C’è chi intrattiene con la pittura. C’è  chi macina chilometri per proporre alla clientela distratta i prodotti tipici della propria terra.

C’è chi espone libri usati, per me una tappa fissa a cui sostare e perdermi tra pagine ingiallite e polverose.

C’è chi vive tra i suoi tesori di antiquariato, in bilico con abitudini e gesti forse perduti.

C’è la tua vicina di stand che sta attraversando un brutto momento ma che trova la forza di sorridere. E la grandezza d’animo per farti un dono spontaneo, con il cuore. Un mazzetto di lavanda del suo giardino. Ecco, è tutto dentro questo profumo il valore simbolico di una sera d’estate. È nel sorriso triste di una donna persa nella tempesta. Questo meriterebbe di essere visto, conosciuto e apprezzato, ma  i pochissimi turisti sono già altrove.

C’è tutta un’umanità in viaggio costante in questa quotidianità così complicata eppure ricca di vita e storie che ogni volta mi lascia qualcosa addosso.

Sonia Barsanti

Esser donna

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Esser donna in un tumulto di pensieri che prende possesso dei giorni, come rampicanti tentacolari su un muro rovente, inerme.

Esser donna ed è una sorta di bilancio che non quadra perfettamente quello che si presenta allo sguardo ipercritico della coscienza, un labirinto di intenzioni ed emozioni in ebollizione continua. Il magma lavora nel sotterraneo del vissuto, si fa strada, non si lascia domare, incanalare. È mutevole, sfuggente, distruttivo e foriero di novità.

Esser donna e percepire il caos come strumento di evoluzione personale, fluttuare sulle sensazioni, non lasciarsi vincere dalle incertezze. Riuscire a salvare un sogno, abbandonare la vecchia pelle, quella conosciuta e un tempo protettiva ma ormai stretta, soffocante.

Esser donna e, tra una caduta e l’altra, lasciare alla natura interiore, intima, il coraggio della lotta quotidiana per la sopravvivenza di una delicatezza sfiorata, taciuta, necessaria.

Esser donna e imparare a sorridere dell’imperfezione di una ruga come di una debolezza e di mille, dolorose mancanze d’aria e certezze.

Esser donna su un ponte sospeso in mezzo alla nebbia e riprendere il ritmo regolare del respiro, del cuore. Fare silenzio mentre tutto il resto del mondo urla.

Esser donna integra eppure frammentata in miriadi di stelle e schegge impazzite. Un ordigno di energia capace di deflagrare vita e sorrisi anche negli anfratti abbandonati del cosmo.

Esser donna che oscilla tra sogno e realtà, tra ipotesi, dubbi e opportunità, fragile e tenace come goccia di pioggia in un perenne ciclo che si rigenera imperterrito, senza fine.

Esser donna e chiedersi quale sia la nuova rotta per trovare se stessa, senza mai smettere di smarrirsi.

Sonia Barsanti

 

 

Attesa

Gli occhi della libellula

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T’impigli in un pensiero che si tramuta in desiderio.

Sussurri segreti, proietti sogni e visioni sugli schermi del quotidiano vagare.

Ti posi sulla mano di chi si ferma e tace, aspettando che qualcuno – o qualcosa? – si manifesti oltre l’ignoto, oltre quello spiraglio di invisibile possibilità che sfocia al di là di ogni umana comprensione.

Sei il ventre rigoglioso di una madre che ama, ancor prima di conoscere.

Sei il guizzo delle pupille di un padre bendato di fronte a una sorpresa.

Sei il cuore in agitazione per quel passo che, di notte, tarda a tornare.

Sei il fiato che si spezza dinanzi alla fine.

Sai essere lieve, dolce, affettuosa e letale.

Puoi distruggere chi invoca pietà. Chi ha le ore contate, i giorni scaduti.

I rintocchi delle ore sfioriscono sulle tue labbra. Gli abissi del tempo non ti spaventano.

Attesa,  maga delle ombre, foriera di notizie di cambiamento…

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L’uomo che espone il passato

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Non c’è molta gente in giro. Il caldo del primo pomeriggio non lascia spazio alle intenzioni, impone la ricerca di ombra e refrigerio.

È lì seduto, tra uno stand di ceramiche policrome nate dal tocco delicato della loro creatrice, uno di porcellane inglesi e un altro che espone fotografie tenui come conchiglie rare, scatti quasi soprannaturali di scorci riconoscibili eppur mutati alla coscienza e mutevoli ad ogni nuovo sguardo.

È lì seduto al proprio stand, un luogo sospeso tra gli altri due universi creativi. Espone tesori di una volta: macchine per scrivere, radio d’epoca, grammofoni. Oggetti vintage carichi di un vissuto irripetibile, sbiadito ma non offuscato. Tra quegli intimi e troppo silenziosi compagni di una quotidianità rimasta per sempre alle spalle, lui sembra quasi sul punto di addormentarsi e il suono del fiume sottostante sta assecondando il suo torpore. Invece salta su, vincendo il sonno, e inizia a parlare con un solitario passante.

L’uomo che espone il passato è un anziano dallo sguardo attento, vispo, pronto a pungere con sapiente ironia e un pizzico di sarcasmo l’inesperto, il noncurante, l’indifferente, il frettoloso visitatore che si avvicina e che solo per apparente educazione si mostra interessato. L’altro non chiede di meglio. In un istante aziona un giradischi e gli anni Trenta sembrano fuoriuscire intatti su note che hanno il sapore di un viaggio nel tempo.

Il passante dopo qualche sorriso di cortesia, con la promessa di ritornare, si allontana, lasciando a quel vecchio ambulante il suo amato strumento, le sue spiegazioni e la speranza di vendere qualcosa.

L’uomo, prima di sedersi di nuovo e lasciarsi sopraffare dal caldo e dal sonno, si reca sul retro del piano espositivo. Si china a chiedere qualcosa a sua moglie. Lei fa cenno di sì con la testa. A quel punto lui si sistema meglio gli occhiali, raddrizza la schiena, assumendo in volto un’espressione di determinata fierezza. Poggia le mani sulla sedia a rotelle della moglie e si allontana con lei che sorride, calma, serafica, amata e accudita talmente tanto da non sentirsi un peso ma una bellissima ragione di vita e parte stessa di quell’uomo che ha per lei imparato a fare il doppio, il triplo dello sforzo comune nel vivere gli ostacoli dell’età e della malattia.

Un uomo che non può non essere ammirato per la grandezza e la forza del suo animo. Abbandonano per un attimo lo stand con quegli oggetti antichi e preziosi che sembrano ormai non attirare più l’attenzione di nessuno.

Sonia Barsanti

 

 

Il Boscaiolo di Latta

Gli occhi della libellula

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Ancora pioggia inesorabile.

Acqua che mi condanna.

Ruggine, mi hai paralizzato e reso muto. Smetti di abbracciarmi.

Non posso più proteggere i pettirossi caduti dai nidi né raccontare storie sottovoce ai caprioli.

Tu, unica, letale mia compagna. Smetti di abbracciarmi, ti prego.

Perché mi vuoi con te? Mi stai distruggendo e non riesco a impedirtelo.

Senza cuore non sento più niente. Non è più vita.

Lascia stare, non importa: fa’ ciò che vuoi.

Liberami o distruggimi.

Una luce improvvisa si schiude.

Un calore nuovo, inaspettato sulla mia latta. Mette quasi paura.

Un raggio di sole?

Sonia Barsanti

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Rincasare le notti d’estate

Gli occhi della libellula

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Rincasare, le notti d’estate,

odora di menta, odora di fichi.

Risuona di voci in festa

e brilla di lucciole intermittenti.

Rincasare, le notti d’estate,

è un viaggio a ritroso nel tempo.

Un tempo di musica e balli.

Le gambe stanche

degli anziani alla sagra del paese,

il sonno improvviso

che chiude gli occhi ai bimbi.

Rincasare, le notti d’estate,

è la gonna fiorita di mia madre,

i lunghi capelli raccolti

in un fermaglio elegante.

È il vestito buono di mio padre,

il suo dopobarba forte

che si fissa nel vento

mentre i grilli cantano

le loro storie sottovoce

a una luna che ci è compagna

e custode

fino alla soglia di casa,

fino alla buonanotte.

Sonia Barsanti

Tratta dalla raccolta Oltre (con gli occhi di una donna), Cinquemarzo Edizioni 2017

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Il lago

Gli occhi della libellula

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Era la fine di agosto. L’ultima sera decidemmo di fermarci a fare una nuotata nel lago. Lasciammo il camper sulla strada e scendemmo lungo il sentiero alberato fino ad arrivare sulla sponda silenziosa. La luna osservava placida la propria immagine nell’acqua scura e sembrava compiacersi di tanta grazia.

Non riuscivamo a smettere di ridere per quella strana, pazza idea che ci era venuta in mente. Anzi, che le era venuta in mente e che io, naturalmente, avevo assecondato. Ci spogliammo e restammo solo con il costume da bagno e il vento sulla pelle. Era una sensazione indescrivibile, come se fossimo un tutt’uno con la natura misteriosa di quel luogo, costellato da scogli e ciottoli levigati che sentivo sotto i piedi, freddi e immobili, così vicini all’eternità.

Come una cornice che ci circondava, che ci avvolgeva, gli alti tronchi dei castagni sembravano rivolgersi al cielo, o ancora più in alto, in…

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